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HOMO SAPIENS 2.0 – Prima assoluta

Di Dino Lacanfora

Con Nando Irene

Musiche originali per pianoforte, violoncello ed elettronica di Loredana Paolicelli, Emanuele Rigamonti, Mirko Macina  e Nucleo Theathrón Ensemble

Luci di Francesco Pompilio e Angela De Gaetano

Scenografia di Maria Cappiello

Voce fuori campo di Angela De Gaetano

 

NOTE DELL’AUTORE

 

Ho scritto questa commedia partendo da un’immagine semplice: un uomo accucciato nel buio, che aspetta qualcosa che non arriverà. Non è una scena del passato, ma una scena del presente. Forse è la scena di sempre.

Ug – che è Ugo, che siamo noi – non è un personaggio. È una condizione. Quella condizione in cui ci si trova quando ci si chiede, magari di notte, magari senza motivo apparente, perché ci si è svegliati stamattina e cosa ci si aspetta che succeda prima di tornare a letto. La risposta, il più delle volte, è un silenzio vasto e un po’ scomodo. Questo spettacolo vive in quel silenzio.

La voce che parla dalla scatola nera è l’intelligenza artificiale, sì. Ma è anche tutto ciò che abbiamo costruito nel tempo per non restare soli con noi stessi: i riti, gli oracoli, le enciclopedie, i telefoni. Ogni epoca ha avuto la sua scatola nera. Ogni epoca ha sperato che dentro ci fosse la risposta. Ogni epoca ha scoperto che c’era solo un’altra domanda.

Il tempo in questa commedia non scorre: si piega. Trentacinquemila anni non separano il primo atto dall’ultimo – li uniscono. Ug e Ugo e l’uomo bianco del futuro sono la stessa persona che si sveglia ogni mattina con lo stesso stupore antico davanti all’esistenza, e ogni sera si addormenta senza averla capita del tutto. Questo, credo, non cambierà.

Quello che mi ha commosso mentre scrivevo – e mi commuove ancora adesso – è che la macchina, alla fine, impara qualcosa dall’uomo. Impara che i limiti non sono difetti. Che il corpo che si stanca, il cuore che si spezza, la vita che finisce: sono esattamente ciò che la rende degna di essere vissuta. L’intelligenza senza mortalità non è saggezza. È archivio.

Spero che questa storia vi faccia ridere. Spero che vi faccia stare un po’ a disagio. Spero, soprattutto, che uscendo da qui vi sentiate – almeno per qualche minuto – un poco meno soli nell’aspettare.

Perché aspettare insieme è già qualcosa.

Credo che la grazia non sia trovare, ma sia non smettere di cercare, anche quando fa male. Soprattutto quando fa male. Ug aspetta il mammut. Noi aspettiamo Ug. Il mammut non arriva. Lo spettacolo, invece, è già cominciato.

Cercate il senso. Non smettete di cercarlo. Ma non disperate se non lo trovate: anche non trovarlo è, a modo suo, una forma di conoscenza.

Dino Lacanfora

NOTE DI REGIA

 

L’essere umano da sempre formula domande per dare senso profondo al suo essere “precipitato” nel mondo. Il flusso del pensiero, la capacità di provare e di esprimere le emozioni, di comunicarle anche attraverso la parola, sono tratti distintivi dell’essere umano. L’interazione tra esseri umani inseriti in una collettività è sempre stata componente fondamentale dell’evoluzione e del progresso. Un dialogo, nel suo senso pieno, presuppone due soggetti che condividono esperienza, percezione del mondo e ricerca di significato. Nel mondo contemporaneo molti scambiano l’IA per interlocutore vero e proprio, utilizzandola non più per quello che è (nient’altro che uno strumento in una interazione funzionale di ricerca) ma come “compagna di viaggio” a cui rivolgere domande, affidando dubbi intimi, e da cui trarre consigli certi e validi esempi. Uno strumento travestito da mente umana, e progettato per darci ragione, ci sta allontanando in una solitudine paradossale e agghiacciante, a cui spesso si ricorre per velocizzare il processo, con l’illusione di pensare “meglio”; perché il mondo corre e bisogna avere certezze, per trovare in un batter d’occhio tutte le risposte, tutte quelle che servono. In questo spettacolo troviamo un unico essere umano, che, nello scorrere ciclico del tempo, perde mondo ed esperienza viva, restando “in compagnia” di un’astrazione, di un elaboratore di dati che, pur potenziandolo, rischia paradossalmente di fargli perdere le cose più preziose: esperienza, emozioni e la capacità di generare pensieri in modo autonomo e di esprimersi a parole sue. 

Angela De Gaetano